BREXIT: IL PROBLEMA E’ L’EUROPA CHE MANCA

Il voto referendario del 23 giugno scorso, che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, ha scatenato gli accademici, le agenzie di rating, gli operatori finanziari e i tecnici istituzionali sulle previsioni di impatto economico e finanziario. Gli studi più autorevoli fanno capo agli istituti internazionali e prendono in considerazione diversi gradi di isolamento commerciale e finanziario che possono verificarsi nel momento dell’uscita effettiva. Secondo il Fmi il potenziale impatto negativo sul Pil oscilla fra il meno 1,5% e il meno 5,6% da qui al 2019 (contro l’attuale previsione di crescita del 6% nello stesso periodo).

Lo studio della Fondazione Bertelsmann, dal canto suo, valuta il beneficio derivante dalle risorse non più versate nel Bilancio europeo (pari a 0,5 punti di Pil l’anno) a confronto con la mancata crescita del settore finanziario (per esempio, se molti degli istituti con base a Londra decidessero di spostare le loro sedi nelle capitali finanziarie dell’eurozona, prima tra tutte Francoforte), ma anche dei settori di attività economica e industriale che contano sugli scambi commerciali e hanno internazionalizzato intere produzioni (tra cui spiccano la chimica e la meccanica).

Attualmente, circa la metà delle esportazioni e delle importazioni britanniche avvengono con i paesi dell’Unione europea. Per questo tra le diverse simulazioni si cerca di valutare anche l’impatto economico del Brexit sui paesi europei, con una sostanziale convergenza verso la previsione di effetti negativi importanti (S&P stima meno 0,8% di Pil europeo nel biennio in corso), ma meno incisivi di quelli sui protagonisti inglesi. Sinora, gli effetti registrati riguardano la sterlina, che in due giorni è piombata ai livelli del 1985, e le banche, i cui titoli sono crollati immediatamente dopo il voto del referendum, trascinando anche molti istituti di credito dell’Ue, compresi quelli italiani (per i quali la Commissione europea ha concesso uno “scudo” di garanzie pubbliche).

L’argine poi è stato posto dalle dimissioni di Cameron, che ha rinviato l’avvio delle procedure – comunque lunghe, visto che l’articolo 50 del Trattato dell’Unione europea stabilisce in due anni il termine limite entro cui rinegoziare gli accordi con il Paese uscente – a dopo l’estate, portando tranquillità ai mercati, che hanno già ripristinato le perdite muovendosi sull’aspettativa di nuovi interventi monetari da parte della Banca d’Inghilterra. La posticipazione difficilmente potrà durare per sempre e nella migliore delle ipotesi l’adesione del Regno Unito al solo mercato unico – pur rimanendo fuori dall’Ue, come per Norvegia e Islanda –  richiede comunque di accettare delle regole sovranazionali, comprese quelle sulla libertà di movimento dei cittadini, ossia sull’immigrazione.

In ogni caso, l’uscita del Regno Unito dall’Unione non è ancora avvenuta e, benché gli allarmi degli economisti non siano infondati, la stima delle conseguenze economiche e sociali risulta assai complessa e pressoché indefinibile. Quelle che invece andrebbero approfondite sono le motivazioni alla radice della scelta del popolo britannico. Chiamati alle urne, i cittadini si sono espressi contro i risultati dei sondaggi e le autorevoli opinioni delle molte personalità politiche, istituzionali e intellettuali, nazionali e internazionali, intente a scongiurare l’abbandono dell’Ue.

Non è bastato l’intervento del presidente Usa Obama, che ha chiamato in causa le ragioni della pace e della lotta al terrorismo. E non è bastato nemmeno, purtroppo, l’omicidio della deputata laburista proremain Jo Cox. L’affluenza alle urne è stata pari al 72,2% degli aventi diritto, mentre il risultato è stato raggiunto con meno di due punti di scarto. È apparso determinante il voto degli elettori più anziani, degli operai (o ex) e dei cittadini dei vecchi distretti industriali, delle periferie e dei piccoli centri, in cui le statistiche su disoccupazione e povertà risultano largamente superiori alla media.

Troppo intuitivo il nesso tra le politiche liberiste e i processi di deindustrializzazione di epoca thatcheriana e le attuali politiche europee. Meno comprensibile la differenza fra una politica di svalutazione competitiva sovranazionale e una nuova politica di svalutazione competitiva nazionale. Non a caso, neanche poche ore dopo il referendum sono state formulate altre due richieste di indipendenza: la prima, non del tutto inattesa, dalla Scozia; la seconda, per un’eventuale referendum di separazione, dell’Irlanda del Nord (in ragione di una riunificazione con la Repubblica di Irlanda). Attenzione: le richieste hanno profonde motivazioni storiche – come d’altronde il Brexit – ma mirano a mantenere i Paesi in questione all’interno dell’Unione europea, dato che la maggioranza di quei cittadini britannici ha votato per il remain.

D’altra parte, oggi lo United Kingdom of Great Britain non fa parte dell’area euro e non risponde ai numerosi Trattati che hanno imposto l’austerità (Euro-plus 2011, Fiscal Compact 2012, Unione bancaria2014). Anzi, fino a ora le disposizioni Ue sul Regno Unito non hanno riguardato mai il mercato del lavoro, i salari, le pensioni o le privatizzazioni, bensì regolamentazioni più favorevoli del diritto nazionale sull’economia, soprattutto per consumatori e lavoratori. Argomento molto frequentato dal leader laburista Jeremy Corbyn a favore del remain.

Per molti versi, le condizioni europee possono sembrare addirittura privilegiate, se si pensa ai benefici dell’unione doganale e del mercato unico europeo in termini di libero scambio, nonostante il Regno Unito sia sempre stato il Paese tra i 28 dell’Ue che ha creduto meno nel modello sociale europeo e nel progetto di integrazione. E difatti la vera ragione alla base della decisione di Cameron di indire il referendum, durante la campagna elettorale del 2015, fu l’idea di contenere il deflusso di voti verso i populisti dello Ukip. Così come la stragrande maggioranza delle misure economiche inique e mercantilistiche sono state prese dai Tories in nome di un liberismo persino più spinto di quello europeo.

Certo, a sopportarne le conseguenze saranno soprattutto i giovani inglesi, che in prevalenza volevano rimanere in Europa. Ma il futuro dei giovani – e, dunque, quello di tutti – è una questione europea. Dal referendum greco di un anno fa, passando per il successo del Front National alle recenti elezioni regionali francesi e per la ripetizione delle elezioni presidenziali austriache avvenute il 22 maggio scorso (in cui il candidato ultranazionalista e anti-euro Norbert Hofer aveva perso per appena 31 mila preferenze), il Brexit rappresenta solo l’ennesima scossa al processo di integrazione europeo. Da tempo, l’afflato per l’Europa contrappone ricchi a poveri, finanza a sviluppo locale, manager e dirigenti a operai e precari, disoccupati a inoccupati. Il noto economista francese Thomas Piketty ritiene che “più che un voto contro l’Europa, la Brexit esprime soprattutto un segnale contro l’immigrazione e la globalizzazione”, ovvero contro i mercati che creano disuguaglianze e disoccupazione.

Da questo punto di vista, l’uscita del Regno Unito va interpretata come una nuova spinta populista di matrice nazionalistica più che anti-europea. Ecco, dunque, che il vero rischio di contagio non è di natura finanziaria, ma politica e sociale. Anche le stime econometriche che dipingono scenari catastrofici nascondono in realtà la paura di un’uscita a catena dall’Unione europea, a partire da quei paesi “periferici” dell’area euro stufi dell’austerità, ostinatamente perseguita finora con modalità più tecnocratiche che democratiche.

Per il Nobel Paul Krugman “bisognava essere ciechi per non vedere arrivare una crisi di questo genere nel progetto europeo”. Una crisi di assenza di prospettiva, proprio in corrispondenza della più grande crisi di modello di sviluppo. È più quel che manca che quel che non va ad aver condotto al Brexit. Il progetto di pace dell’Unione europea potrebbe non bastare più senza un analogo progetto di sviluppo economico, sociale e ambientale (come quello da tempo avanzato dalla Confederazione europea dei sindacati, non a caso intitolato “Un nuovo corso per l’Europa”).

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