IN MEMEORIA DI ENZA FERRARI

 

Patrizia Nosengo 04/05/2020  _  Città Futura  Alessandria 

 

Non ricordo esattamente quando ho conosciuto Vincenzina Ferrari, Enza, come la chiamavamo tutti, anzi “Enza del sindacato”, com’era diventata per tantissimi insegnanti di questa provincia. La memoria rimanda alla prima metà degli anni Settanta, quando lei e suo marito si iscrissero all’allora Sindacato-scuola della CGIL, da poco tempo costituito. I loro nomi compaiono ancora nelle schede di cartoncino compilate a mano in bella grafia da Adriano Marchegiani – uno dei fondatori del sindacato, di cui fu a lungo segretario provinciale e animatore instancabile –, conservate in una scatola di legno che fungeva allora, nei tempi remoti della pre-informatizzazione, da archivio degli iscritti e che Enza seppe trovarmi un giorno nell’angolo più riposto di uno stipo, fonte documentale preziosa per ricostruire le vicende di un pezzo non secondario della storia della sinistra di questo territorio.

Ma è soprattutto a partire dagli anni Duemila che Enza diventò un riferimento fondamentale del sindacato scuola, quando, terminato il servizio di segreteria nella scuola in cui lavorava e disbrigate le mille faccende domestiche che incombevano su di lei, arrivava affannata nell’ufficio al secondo piano della Camera del lavoro di Alessandria, per svolgere il lavoro di consulenza al personale ATA e agli insegnanti persi nei meandri oscuri delle innumerevoli pratiche burocratiche che affliggono la scuola, o coinvolti nelle fasi iniziali di conflitti, che avrebbero potuto tramutarsi in sanzioni disciplinari.

La ricordo così, la mia Enza, accogliente, disponibile, collaborativa, costruttiva, rispettosa di tutti, attenta a imparare dagli altri, quasi ignara di essere bravissima, capace com’era di rispondere con competenza a mille domande diverse e di trovare in un attimo il documento giusto, quello che avrebbe chiarito un passaggio burocratico astruso, o una indicazione fumosa. Capace, soprattutto, di ascoltare, di rassicurare, di sostenere. E sempre dalla parte dei lavoratori, con un intuito infallibile per la giustizia e la immediata comprensione della sostanza dei problemi di chi si rivolgeva al sindacato per contenziosi a volte intricati e non facilmente precisabili.

La ricordo quando andavamo a Torino e durante il viaggio animava il gruppo con i suoi racconti e le sue battute, per poi ascoltare con inesausta attenzione gli interventi nelle riunioni. E la ricordo nelle manifestazioni, allegra, determinata, convinta di essere dalla parte giusta, ma senza retoriche e inutili verbalizzazioni, di esserlo insomma perché così si deve fare e altro non resta da dire.

La ricordo quando entravo nell’ufficio e lei, con un sorriso caldo e gentile, interrompeva il lavoro al computer, o chiudeva in fretta la telefonata e si voltava sorridente girando la sedia, per dedicarmi un poco del suo tempo, pur affannato di impegni e richieste. Negli sparuti ritagli che l’attività di consulenza le concedeva, quando inopinatamente l’ufficio si svuotava, amava chiacchierare, ma in quel suo dialogare amabile c’era sempre la cura degli altri, l’attenzione per le loro storie, le loro angosce, i loro problemi. E talora, raramente, c’era l’emergere delle sue malinconie, dei suoi ricordi, il racconto dei figli e del nipotino tanto amato, i cenni affettuosi al suo compagno, la memoria intenerita dei cani che aveva avuto, quella lacerante dell’alluvione del 1994, che le aveva strappato le fotografie dei figli bambini e i libri cari al marito perso ancora giovane. E diceva, allora, che nulla le era costato vedere distrutti i mobili, gli oggetti, i vestiti, ma che era incolmabile la privazione di quelle immagini e di quei libri che conservavano affetti lontani.

Ma non si autocompativa mai, Enza, anzi, dopo pochi attimi si scrollava di dosso con un sorriso coraggioso la nostalgia per gli affetti che aveva perduto e la preoccupazione per quelli che le erano rimasti, una preoccupazione che si traduceva in ininterrotta presenza rocciosa, presa in carico, ricerca di soluzioni, philia nel senso più profondo del termine greco: l’aver cura di. Dell’essere donna Enza aveva infatti tutto: l’eleganza, la concretezza e soprattutto la cura degli altri, scarna di verbalizzazioni e pregna di azioni generose. Enza c’era, sempre e per tutti.

Enza se ne è andata ieri, in una domenica soleggiata di inizio maggio, in questo nostro tempo sospeso in cui l’inverno del nostro scontento è trapassato in una tarda primavera che ci angoscia per le mille restrizioni imposte dalla pandemia, ma soprattutto per i troppi che ci sono cari e che ci lasciano e che avevano ancora tanto da vivere, da dare e da ricevere. Se ne è andata e già manca. Irreparabile la sua perdita, incolmabile il vuoto che lascia per tutti coloro che l’hanno conosciuta e ai quali ha regalato così tanto di sé.

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